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Perché il vino è un prodotto della natura. E la natura ha i suoi tempi. Non i nostri, sempre così affannati, nevrotici, insufficienti. Per fare un grande vino ci vuole tempo, per fare un bambino ci vuole tempo, per fare del pane (quello buono) ci vuole tempo, tempo... e tranquillità. Anche per scrivere ci vuole tempo, perciò non pensiate di trovare nuovi post ogni santo giorno. Prendetevi tempo per leggere queste pagine. E lasciatene un po’ anche a me: ad essere pigro non c’è solo il vino.

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domenica
set112011

Il futuro è... dietro di noi 

 Avanti adagio, quasi indietro.

La vitivinicoltura italiana è un po' come la moda: detesta il passato prossimo, ma ama nostalgicamente quello remoto. In tema di gusti dei vini, questo ovviamente non vale per i vinacci di un tempo figli della povertà (in tutti i sensi: culturale e tecnologica).

Ciò di cui si sente sempre più nostalgia oggi sono certi bei vini da mezzogiorno: (relativamente) leggeri d'alcol, equilibrati, piacevolmente bevibili. 

Come certi Valpolicella, certi Bardolino, perfino certi Chianti. 

Ebbene, cos'avevano di particolare questi "vini di una volta", e in comune tra loro?

Non erano puri. Nemmeno quando erano uvaggi di più cultivar dello stesso colore. Un tempo la viticoltura non era specializzata come oggi, e i contadini non facevano tanto i sofisti quando si trattava di piantar vigneti: mettevano quello che veniva meglio, in qualità (e quantità). Capitava così che a filari di uva rossa si alternassero quelli di uva bianca, allegramente vendemmiati insieme quand'era il loro tempo, e altrettanto insieme lavorati poi in cantina.

Per questo una volta, nei rossi Valpolicella e Bardolino, così come - incredibile - nel Recioto della Valpolicella ci finiva la bianca garganega. E i Chianti non erano come oggi, fatti di sola uva sangiovese (corretta eventualmente da aggiunte di merlot o cabernet sauvignon), ma anche di trebbiano toscano e malvasia del Chianti. Una formula messa a punto ancora nel 1840 (e valida ancora ai nostri giorni, per quanto sempre meno seguita).

Oggi che ne sappiamo decisamente di più in fatto di agronomia ed enologia, e che la tecnologia in cantina ha raggiunto i livelli che conosciamo, forse è il caso di recuperare certe intuizioni. Chi l'ha fatto, sia pure in piccoli numeri, sta incontrando un successo di mercato insperato e lusinghiero. E non si tratta di semplice nostalgia da revival, ma di modernità.

Abbiamo bisogno di vini che si accompagnino ai piatti e li completino - non che ringhino loro come cani minacciosi perchè sono così completi e complessi da rendere inavvicinabile qualunque preparazione gastronomica.

Forse il futuro è ... dietro di noi. Vale la pena farci un pensiero. Il consumatore lo sta già facendo.

Reader Comments (2)

Che dire? Avevo voglia di leggere una cosa così ed adessoche mi capita posso dire solo "finalmente". Beccati Dostoevskij, "siamo tutti esuli del nostro passato".
Guardare indietro non significa conservare ma crescere ed oggi in cantina spesso si fa la moda non il vino. Bhe , l'ho detta.

settembre 11, 2011 | Unregistered CommenterStefano Il Nero

Stefano, l'ultima è da manuale! (clap , clap, clap)
:-D
Se vuoi, possiamo insistere su questa linea e dire che "chi ignora il passato è condannato a ripeterne gli errori" (mutatis mutandis, è proprio quello che si sta verificando, un po' ovunque, c'è solo l'imbarazzo della scelta del Paese).

settembre 11, 2011 | Unregistered CommenterLizzy

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